Il progetto si propone di portare L’Arte della fuga di Johann Sebastian Bach per la prima volta nella storia dentro gli istituti di pena, con un organico orchestrale di 14 archi, cui si aggiunge un coro misto: il numero 14 non è casuale, poiché racchiude tutti i segreti del magistero musicale bachiano.

Il titolo dell’opera sembra evocare il massimo desiderio istintuale di ogni prigioniero, limitato nella propria libertà: “insegnare” ai detenuti l’arte di fuggire è dunque quasi un gioco di parole. Ma la “fuga” di cui si parla è un evento dello spirito, della ragione e della fede, ed è questa la via di fuga che vuole essere portata ai detenuti, vero messaggio di speranza e rinascita dal luogo dove la libertà è forzatamente limitata.

Lo stesso Bach – che nel corso della sua vita incorse anche in un duello e si trovò a sguainare la propria spada – ha vissuto la prigionia nella doppia forma della realtà carceraria e della solitudine professionale. Per un intero mese Bach fu infatti effettivamente imprigionato a Weimar a causa della sua decisione di lasciare la Corte dove era a servizio, per trasferirsi a Köthen dal principe Leopoldo Augusto. I regnanti di Weimar si sentirono traditi dall’abbandono del loro Maestro di Corte (il musicista, a quell’epoca, era poco più che un lacchè), e lo incarcerarono dal 6 novembre al 2 dicembre 1717.

Per un lungo periodo Bach si trovò invece a vivere gli ultimi anni della sua esistenza in una condizione professionalmente e spiritualmente “prigioniera”, cioè in un luogo (Lipsia) che sembrò al compositore fuori dai grandi flussi della vita alla moda dell’epoca che egli avrebbe voluto frequentare. Egli si sarebbe abbeverato alle fonti del Rococò, allora imperante, col suo stile ornamentale, elegante e sfarzoso, tutto ondulazioni e riccioli e arabeschi, che pure si ritrovano nella sua musica. A differenza di quanto gli era capitato nel lontani anni giovanili, quando si spostava con immediatezza dovunque fosse necessario per trovare lavoro o imparare dai grandi maestri, nell’età matura Bach non ebbe più la possibilità di trasferirsi da Lipsia, poiché il lavoro ormai stabile e la famiglia, ricca di tanti figli, non lo permettevano più.

Quell’isolamento spirituale si rivelò però una delle fortune dell’umanità, poiché fu alla base della più grande produzione musicale mai generata da mente umana, di cui L’Arte della fuga è il vertice assoluto, ben accompagnato da altre speculazioni della ragione, come le Variazioni Goldberg o l’Offerta Musicale. Evento dello spirito, prima ancora che della musica, tanto che nessun organico fu assegnato per la sua esecuzione: la partitura rimase del tutto estranea a ogni definizione strumentale. Musica pura dunque, che fu possibile sviluppare forse anche grazie alla lontananza dalle mode del tempo.

L’ Arte delle fuga rimane incompiuta poiché Bach termina i giorni terreni mentre scrive gli ultimi contrappunti del suo capolavoro. L’ultimo soggetto è composto sulle note Sib-La-Do-Si, cioè il suo nome in forma di note, posto a suggello di tutta una vita spesa fra musica e Dio. Carl Philipp Emanuel Bach, suo figlio, seguendo le disposizioni paterne, aggiunge il Corale Von deinen Thron tret ich hiermit (Davanti al tuo trono mi presento) scritto da suo padre trent’anni prima. L’Arte delle fuga diventa così un omaggio della ragione alla fede nel momento supremo della morte.

Il Progetto Carceri / L’Arte della fuga si propone di donare ai detenuti un forte motivo di riflessione sulle potenzialità di rinascenza che ogni luogo appartato, anche quello estremo della reclusione, può generare.

La prima tappa del Progetto ha avuto inizio a Firenze con l’esecuzione nella Casa Circondariale di Sollicciano, lunedì 25 marzo 2013, che seguiva quella pubblica della Domenica delle Palme alla Basilica di Santa Croce, alla presenza di 2000 persone, con la riflessione teologica del Cardinale Giuseppe Betori.

La seconda tappa del Progetto ha avuto luogo a Teramo con l’esecuzione nella Casa Circondariale e di Reclusione di Castrogno, venerdì 5 aprile 2013. Anche in questo caso, l’esecuzione in carcere ha avuto un pendant pubblico con l’esecuzione nella Cattedrale della stessa città, che in quel caso si avvaleva della riflessione del vescovo Michele Seccia.

La terza tappa del Progetto ha luogo a Roma con l’esecuzione nella Casa di Reclusione Maschile di Rebibbia Nuovo Complesso; la quarta tappa ha luogo sempre a Roma e sempre a Rebibbia, nella Casa di Reclusione Femminile. Entrambe il 28 settembre 2014.

Tutti gli appuntamenti sono sempre preceduti da una conferenza preparatoria destinata ai detenuti che scelgono di partecipare all’evento.

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